TENUTA COCCI GRIFONI: FORZA DELLA NATURA

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Ammetto di non essere una grande bevitrice di vino e di non sapere gran che di terroir, enologia, vendemmie ed etichette. Detto ciò, il mondo del vino mi affascina e ancor di più mi intrigano i vignaioli, specie ovviamente quelli marchigiani. È per questo che alla prima occasione utile dopo i vari disagi legati al Covid, decido che la mia prima gita fuori porta sarà alla famosa Tenuta Cocci Grifoni nella provincia di Ascoli Piceno, che da marchigiana del nord ho sempre percepito come terra meridionale e quasi esotica. La Tenuta Cocci Grifoni era nella mia bucket list da tanto tempo e ora sono emozionata come una bambina prima della gita anche perché il Covid ha bruscamente messo un freno a quella parte del mio lavoro di consulente che amo di più: fare sopralluoghi per le varie realtà delle Marche. Questo viaggio per me simboleggia la ripresa della vita e della normalità e non esagero quando dico salendo in macchina le farfalle mi svolazzano nello stomaco.

Dopo due ore di guida sulla A14 verso sud con l’Adriatico che luccica alla mia sinistra, Grottammare mi appare improvvisamente di fronte, abbarbicata sulla roccia. Arrivo al casello e una macchina mi attende al lato della strada. Al suo interno scorgo quell’inconfondibile taglio di capelli e il sorriso splendente oltre il rossetto rosso: Marilena Cocci Grifoni mi sta aspettando e da dietro al finestrino mi fa cenno di seguirla. Avevo già avuto il piacere di incontrarla con sua figlia Marta qualche mese addietro, ma io sono dell’opinione che il vignaiolo lo si debba osservare nel suo habitat naturale. Già perché qua di habitat si parla: tutti i vignaioli incontrati in vita mia mi sono parsi un po’ come animali a proprio agio nel loro territorio, come se da lì allontanati non sussistessero più le condizioni ideali perché possano vivere ed esprimersi al meglio, come se il DNA non desse scampo.

Dopo 10 minuti di guida svoltiamo e iniziamo la salita in direzione San Savino. La bellezza che mi attornia è sconvolgente: le dolci colline marchigiane qua son fatte di calanchi, di pendii e i misteriosi Sibillini ci osservano severi dall’alto, trasformando il paesaggio in un set naturale di un qualche film d’avventura dal tocco struggente. Siamo a fine autunno poi, e i vigneti sono rossi come il fuoco accrescendo incredibilmente il pathos. Questa zona del Piceno è pericolosamente bella, quasi sensuale: qua il paesaggio è un coro polifonico che canta a squarciagola, un Carmina Burana degli elementi. Tutta questa bellezza tenta e distrae, tanto che mi occorre una concentrazione sovrumana per non distogliere lo sguardo dalla strada.

Arriviamo alla Tenuta: qua, sull’orlo di una vista da togliere il fiato si trovano la cantina con l’anima industriale, due appartamenti vacanze con piscina e la zona degustazioni per un’accoglienza a tutto tondo per appassionati del vino e semplici amatori di questo mondo. Il benvenuto di Marilena e Marta è molto affettuoso e dopo un ottimo caffè, vengo subito invitata a visitare la famosa terrazza sospesa che di recente è stata postata sui social con molta frequenza: da qui si gode di una bellissima vista sui colli e in lontananza si scorge Ripatransone. Nella scarpata sotto la terrazza  il terreno è scosceso e costellato di ulivi della Tenera Ascolana che Marilena con lungimiranza, passione e non senza difficoltà, ha deciso di recuperare. I lavori per creare tutto questo sono di certo stati ingenti, ma ne è valsa la pena perché questo luogo è decisamente unico e non oso nemmeno immaginare l’emozione che si provi a bersi un bicchiere di vino qua, nelle sere d’estate, al tramonto. Chiacchieriamo amabilmente e noto che la parola ecosostenibilità viene usata spesso, ma evinco subito che qua a Cocci Grifoni non è usato a casa e in maniera modaiola. Qua ecosostenibilità ha una precisa traduzione in azioni concrete e tangibili. Ad esempio Marilena mi racconta che i lavori per terrazzare la scarpata sono stati realizzati secondo i criteri dell’ingegneria naturalistica che utilizza materiali vegetali vivi, quali il legno e stuoie in fibra naturale. Tutto questo è necessario perché la terra, estremamente ricca di argilla, tende a diventare un calanco per cui opere di questo tipo aiutano a mitigare il rischio idrogeologico eliminando l’impatto ambientale in quanto non viene usato cemento mentre il paesaggio viene salvaguardato.

Saliamo in macchina e ci dirigiamo verso i vigneti della Tenuta che nell’arco di quattro generazioni è arrivata a contare 95 ettari totali: qui la biodiversità è conservata grazia alla coltivazione di vigneti autoctoni italiani ed è in questo luogo ameno incastonato fra i Sibillini e l’Adriatico, che sorgono i vigneti storici Messieri, Colle Vecchio, Vigneto Madre e Grandi Calanchi. Fra calanchi, zone boschive e crinali molto scoscesi vengono coltivate le varietà Pecorino, Montepulciano e Sangiovese. Il paesaggio è semplicemente mozzafiato: fortunatamente questa volta non guido io, per cui posso permettermi di osservare ogni collina, ogni calanco, ogni sperone di roccia e ogni sfumatura di colore. Marilena mi mostra due laghetti artificiali per la raccolta delle acque piovane che il padre aveva addirittura fatto costruire per l’irrigazione della terra e un terzo che Marilena ha deciso di far costruire di recente. Mi viene spiegato che questo sistema migliora l’habitat per agrosistemi perché i bacini d’acqua, con le dovute accortezze di fitodepurazione, sono essenziali per la fauna della zona e fungono poi ovviamente da riserve d’acqua in caso delle sempre più frequenti ondate di siccità.

L’operato di Guido, padre di Marilena scomparso nel 2010 e fondatore dell’azienda, si respira in tutta la tenuta e il suo nome salta fuori spesso.  Quest’uomo deve essere stato certo un visionario e, come ogni marchigiano che si rispetti, di certo ostinato perché si era messo in mente di produrre eccellente vino bianco in una terra famosa per il rosso, per di più riuscendoci e recuperando un grappolo autoctono che oggi dà vita al famoso Pecorino: per quest’opera quasi sovversiva è ricordato con orgoglio dai marchigiani e non solo. 

Torniamo alla zona degustazione e ci sediamo per il pranzo: veniamo raggiunti dall’enologo Fabio Allievi, Loredana dell’amministrazione e lo specialista di vini Prak Panwar, curioso indiano dall’accento maceratese attualmente coinquilino di nonna Diana, matriarca della Tenuta, che ci passa pure a salutare. Provo per un attimo a dimenticarmi di chi è chi e realizzo che l’osservatore esterno farebbe di certo difficoltà a capire chi sia il titolare e chi il dipendente, tanto l’atmosfera è distesa. Mi dicono che qua in azienda si mangia tutti assieme, titolari e dipendenti e, credetemi, nelle aziende italiane non è cosa comune. Beviamo un’ottima bottiglia di Tarà (Passerina Frizzante) e chiacchieriamo amichevolmente a lungo mentre scorrono racconti su Guido, Diana, Fabio approdato qua dalla Nuova Zelanda e Prak arrivato dall’India. Facciamo visita al cuore industriale della cantina e mi portano in una bellissima sala degustazioni segreti celata dietro una porta dopo la zona dei serbatoi: qua riposano le bottiglie di più vecchia data e pregiate e le foto di famiglia. Una stanza emozionante che racchiude la storia della famiglia Cocci Grifoni.

Questo luogo mi ha profondamente colpita, ma ancor di più mi ha colpito Marilena che consiglio a chi può di conoscere di persona: ho come avuto l’impressione che questa azienda sia un rifugio dove tutto ruota attorno a lei. Standole vicino ho percepito come sia una manager gentile ma dal gran carisma, sensibile ma fermissima, aristocratica ma contadina. Marilena mi è sembrata un bellissimo ossimoro vivente dove le apparenti contraddizioni si miscelano perfettamente per creare una delle più grandi imprenditrici marchigiane, una visionaria lungimirante che guarda l’orizzonte dall’alto della sua vigna racconta la sua azienda con passione e ardore. Questa donna somiglia molto alle sue vigne: ha radici che affondano in questa terra ripida e fatta di calanchi tenendo insieme tutto e tutti, mentre le foglie sono tese al cielo e guardano il alto e al futuro. Marilena Cocci Grifoni mi è sembrata un ponte fra il passato e il futuro: l’anello di congiunzione fra Guido e le figlie Marta e Camilla, colei che garantisce continuità e rispetto per il passato, senza negare la necessità di abbracciare il futuro. È l’imprenditrice che dal 2010 Marilena porta avanti con convinzione ed equilibri il lavoro del padre, senza lasciare che le figlie traghettino l’azienda nel futuro dell’era digitale, con fermezza e umiltà.

  Torno a casa a casa con sei bottiglie di vino dalle etichette spettacolari e scatta la magia: io, l’astemia perenne, mi bevo mezza bottiglia di Piceno Superiore come fosse acqua santa e ne esco irrimediabilmente convertita. Penso che il mio primo viaggio post-lockdown non poteva concludersi in maniera migliore. Passo una serata ebbra ed euforica, ma realizzo che non è stato il vino, bensì il contatto con queste donne, le loro imprese e la loro integrità ad avermi ubriacata di passione e ispirazione e mi addormento pensando che noi marchigiani siamo proprio fortunati ad avere donne così a tenere alto il nostro nome. 

SITO WEB: Tenuta Cocci Grifoni | INSTAGRAM: Instagram Tenuta Cocci Grifoni

Photo by Elisa Generali