TRADIZIONE NATURALE E TERROIR NEL PICENO

English / Italian

Rocco Vallorani è il vignaiolo ed enologo dei Vigneti Vallorani: oggi parliamo con lui di tradizione e di come la si può portare avanti senza trattamenti chimici, favorendo la biodiversità e restando fedeli al terroir.

Incastonati nelle colline Picene dei Colli del Tronto sorgono i Vigneti Vallorani: qui l’agricoltura biologica, tecniche poco invasive e la produzione di vino artigianale la fanno da padrona. Rocco e suo fratello Stefano hanno preso le redini della cantina di famiglia nel 2010, e negli ultimi anni si sente molto parlare di loro.

Sappiamo che dal 2010 tu, tuo fratello Stefano e tuo padre Giancarlo portate avanti l’operato dei nonni e che oggi a Vallorani il winemaking è un vero affare di famiglia, ma hai sempre voluto fare il vignaiolo? Qual è la tua storia?

Sono nato e cresciuto nell’azienda agricola di mio nonno che poi passò a mio padre. Da bambino passavo giornate intere in campagna: i grandi lavoravano mentre io giocavo con cani e gatti o semplicemente con il fango. Mi divertivo a salire sul trattore, ad aiutare mio padre nella raccolta dell’uva e a pigiarla a piedi nudi. Al momento di scegliere la scuola superiore ho optato per l’Istituto Tecnico Agrario di Ascoli Piceno con indirizzo enologia. Fare il vignaiolo era sempre stato il mio sogno, ma volevo anche esplorare altre realtà e non pensavo di lavorare esclusivamente per la piccola azienda di famiglia. Dopo le scuole superiori mi sono iscritto al corso di Enologia e Viticoltura della facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Perugia e durante gli anni di studio ho fatto molta pratica in cantine alternative, nei campi sperimentali e in aziende private nelle Marche, Abruzzo e Toscana, portando parallelamente avanti il lavoro con l’azienda di famiglia. Dopo la laurea mi sono trasferito a Montalcino dove ho lavorato per circa 3 anni in una delle cantine di riferimento della zona. La mia fame di conoscenza e la mia passione per i viaggi mi hanno poi portato a lavorare per diversi anni in cantine in Nuova Zelanda, in Francia e in Oregon negli Stati Uniti. Tra un’esperienza lavorativa all’estero e l’altra ho frequentato la specialistica in Scienze Viticole ed Enologiche presso l’Università di Torino. È proprio durante la mia permanenza in Nuova Zelanda che ho deciso di prendere le redini dell’azienda di famiglia per di ravvivare un po’ le cose. Al tempo avevo uno stipendio invidiabile e sicurezza e avevo diverse proposte di lavoro sia lì che in Italia. Finito il turno di lavoro andavo a casa con la testa libera da ogni pensiero, ma dall’altra parte del mondo mio padre mi raccontava delle difficoltà economiche a casa. La concorrenza era agguerrita e mio padre, non avendo risorse per aumentare la produzione, proprio non riusciva a competere. Il prezzo dell’uva in quel periodo era talmente basso che anche vendendola, non avrebbe ricavato un buon introito. Mio padre si vide costretto a trovarsi un lavoro da operaio e, dopo le 8 ore in fabbrica, continuare a occuparsi della vigna e della cantina. Era una vita stancante e si valutò anche l’idea di vendere tutto.

Le mie esperienze in Italia e all’estero mi avevano insegnato molto, ma proprio non riuscivo a capire perché le cose a casa non funzionassero. Inoltre era sempre più evidente che, nonostante la qualità dei vini prodotti, tutto il “nuovo mondo” del vino era carente in storia e tradizioni. Ed è stato grazie a queste riflessioni che alla fine ho deciso di mollare tutto e tornare a casa per perseguire con mio fratello Stefano il sogno dei miei nonni e di mio padre: produrre vini fedeli al terroir locale da vendere in tutto il mondo e fare in modo che i nostri vini raccontassero la nostra terra e tradizioni. Volevamo produrre vino in tutta libertà, nella maniera che ritenevamo migliore. 

I vostri nonni hanno iniziato a produrre vino e olio nel 1963, anche se la vostra famiglia si era approcciata al settore a inizio secolo scorso. I tuoi nonni coltivavano già biologico promuovendo la biodiversità, oppure questo è un aspetto che a Vallorani avete introdotto voi negli ultimi anni?  

Credo che tutte le persone che lavorano la terra dovrebbero trattarla sempre con il dovuto anche perché, soprattutto in passato, la sussistenza dipendeva da essa. Al tempo dei miei nonni però il biologico non era ancora conosciuto e le persone si affidavano più alle esperienze personali o di famiglia, o a quelle di altri produttori conosciuti. La conversione al biologico la fece mio padre circa una ventina di anni fa, quando si rese conto che gli additivi chimici non erano il futuro. Credeva nella necessità di adottare pratiche più naturali possibile in modo che l’uva stessa potesse esprimere autenticità e una vera espressione del terroir. Si doveva mettere in primo piano il rispetto della pianta e dei suoi cicli, come se il  lavoro del viticoltore fosse quello di aiutare la vite ad esprimersi al meglio. Casa nostra è nel mezzo della vigna quindi anche noi siamo tutt’uno con essa! Negli anni ci siamo duramente impegnati per rendere la cantina sostenibile e abbiamo installato un impianto fotovoltaico che produce l’80% dell’energia che usiamo e isolato termicamente tutti i locali. Abbiamo anche un sistema di riutilizzo dell’acqua. 

La fermentazione avviene naturalmente senza additivi chimici e senza l’aggiunta di solfiti nel vino. Come cambia il vostro vino grazie a questo processo?  

Abbiamo fatto la scelta consapevole di produrre vini senza lieviti e additivi di origine chimica perché vogliamo lasciare esprimere i nostri vigneti e il terroir. Con il nostro lavoro cerchiamo di accompagnare le nostre uve nel percorso di trasformazione in vino mettendole nelle migliori condizioni per farlo. Questo fa sì che i vini raccontino anche la stagione specifica in cui l’uva è stata raccolta. Sono vini sinceri, che raccontano il Piceno diversamente di anno in anno. Di solfiti ne usiamo pochi e solo quando strettamente necessario e questo possiamo farlo perché lavoriamo solo con le migliori uve raccolte. 

Ci sono altri vignaioli nelle Marche che ammirate e con cui condividete questo approccio?

Sicuramente gli amici di Aurora sono stati una grande fonte d’ispirazione. Nonostante i nostri vini abbiamo uno stile diverso, ho sempre apprezzato i loro, come ho sempre ammirato la loro caparbietà nel promuovere l’agricoltura biologica nonostante le difficoltà. Sono stati i primi produttori di vini biologici nelle Marche e probabilmente tra i primi in Italia. I loro vini hanno uno stile inconfondibile che è una sincera espressione della loro visione del Piceno.

Qual è l’aspetto più complesso del tuo lavoro?

Affrontiamo sempre sfide durante tutto il processo, dalla coltivazione della vite all’imbottigliamento. Il riscaldamento globale sta mutando il nostro clima in maniera importante e questa è una vera sfida per il coltivatore contemporaneo. In passato raramente si assisteva a fenomeni meteorologici catastrofici come quelli a cui abbiamo assistito di recente: grandinate, bombe d’acqua e venti fortissimi sono sempre più frequenti. Inoltre, nonostante l’innalzamento delle temperature, stiamo assistendo ad un aumento della frequenza delle piogge, con ripetuti temporali estivi. Utilizzando solo prodotti biologici come rame e zolfo che non entrano nei sistema della vite ma lavorano solo dall’esterno per contatto, da maggio a luglio il rischio di sviluppo di plasmopara viticola (peronospora) è molto più alto. 

C’è qualcuno in particolare che ha influenzato il tuo stile di fare il vino?

Ho avuto il piacere e la fortuna di lavorare con molti enologi e produttori di vino in tutto il mondo e ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa: anche le persone con una visione diversa dalla mia hanno contribuito alla mia crescita personale. Penso di poter dire che porto con me un po’ di tutti loro. 

Qual è la lezione più importante che hai imparato nella tua carriera da vignaiolo?

Le lezioni sono tante, per questo dico che se c’è una cosa che ho imparato è che non si finisce mai di scoprire cose nuove e che in viticoltura ed enologia non esistono dogmi. Anzi, sono proprio le regole uno dei problemi del nostro settore. Ogni varietà ed ogni terroir va capito e ascoltato in modo che possa esprimersi al meglio. 

Qualche anno fa abbiamo perso il grande vignaiolo Stefano Bellotti della Cascina degli Ulivi in Novi Ligure. Lui è stato un pioniere del vino naturale e ha portato la filosofia del vino naturale in Italia e all’estero. Secondo te, in Italia oggi c’è’ più enfasi e consapevolezza sul naturale e la preservazione della biodiversità per promuovere una terra sana? 

Stefano e tanti altri precursori come lui hanno fatto un gran lavoro per deregolare i sistema e di questo non possiamo che essergliene grati in quanto sicuramente oggi c’è molto più interesse e consapevolezza per i vini naturali.  Purtroppo se ne sono accorti anche i grandi produttori che oggi fanno di tutto per sembrare piccoli e naturali traendo spesso in inganno i consumatori poco attenti. Un altro problema enorme ma sottovalutato è che nell’era dei social media il modo in cui ci informiamo è limitato a chi decidiamo di “seguire”: questo modo di informarsi fa si che ognuno si circondi solo delle persone che la pensano allo stesso modo. Questa modalità sta generando, anche nel mondo del vino, estremismi. Senza confronto non c’è crescita e credo che tutto il mondo dei vignaioli debba unirsi più che dividersi tra chi usa un grammo in più o meno di solfiti. Dobbiamo mettere al centro del dibattito la terra e le tradizioni, e ogni vignaiolo dovrebbe produrre come meglio crede i propri vini. 

Qual è in generale la tua opinione sulla scena italiana? 

Non è facile rispondere a questa domanda! Per descrivere la mia idea di vino mi permetto di utilizzare una citazione a me cara di Jacques Puisais, enologo, filosofo del gusto e fondatore dell’accademia del gusto Institut du Goût a Parigi: “Terroir – un buon vino è composto di terra, clima e uomo, tutti in proporzioni uguali. Dei tre, l’uomo è il più importante perché può manipolare gli impatti sugli altri due”.

Cosa avete notato durante le ultime vendemmie? L’instabilità metereologica estiva a cui accennavi sopra, ha ripercussioni? [n.d.a. al momento dell’intervista a Vallorani si sta vendemmiando]. 

In questi ultimi anni la primavera è stata caratterizzata da temperature mediamente alte e piogge frequenti: queste sono le condizioni migliori per lo sviluppo dei microrganismi nemici della vite nel suo momento di maggiore fragilità. Questo porta elevati rischi e molto lavoro in più, ma nonostante le difficoltà siamo però riusciti a difendere le viti mantenendole perfettamente sane. Questa estate è stata calda e abbastanza siccitosa, e questo ha anticipato la maturazione dell’uva di circa una settimana rispetto alla media. Le uve erano davvero belle, sane e perfettamente mature. Il lavoro di selezione è stato davvero blando tanto era la splendore del frutto! Il buon vino si fa in vigna e quest’annata garantirà vini eccellenti. 

I Vigneti Vallorani negli anni sono stati teatro di eventi durante l’estate, cosa possiamo aspettarci dalla cantina in futuro?

Apprezziamo molto l’arte in tutte le sue forme e lo si evince già dalle nostre etichette. L’arte ed il vino vanno a braccetto e hanno la capacità di raccontare storie ed emozionare le persone. Ogni tanto ci capita di partecipare a degustazioni molto formali, tutti in religioso silenzio e mi fa pensare che a volte è meglio non prendersi così sul serio. Il vino è socialità e dovrebbe accompagnare momenti speciali assieme alle persone care. Molte persone, che magari non sono grandi intenditori, hanno quasi timore a farci visita perché sanno che vendiamo i nostri vini in ristoranti prestigiosi. Queste sono esattamente le persone che vogliamo raggiungere con i nostri eventi perché la stessa bottiglia che trovate in un ristorante con tre stelle Michelin, può anche essere bevuta durante un evento musicale. Questo è il motivo che ci ha spinto in passato ad organizzare eventi in cantina: avvicinare le persone al nostro mondo, per far capire che la stessa bottiglia che trovate in un ristorante 3 stelle Michelin può essere apprezzata anche mentre si balla scalzi su un prato sulle colline Picene. Un evento che organizzavamo a fine luglio/inizio agosto è A Taste of Swing in cui uno chef locale cucina quattro piatti che possono essere abbinati ai nostri vini. Chiamiamo sempre un gruppo swing a suonare e, dopo i primi bicchieri di vino, tutti si rilassano e finiscono a ballare.

Dove possiamo trovare i vostri vini?

In molti ristoranti ed enoteche dell’ascolano di cui conosciamo personalmente i proprietari. Molti di loro vengono in azienda dove hanno la possibilità di comprendere bene il nostro modo di lavorare: queste non sono persone che vogliono servire o vendere vini alla moda, ma sono persone desiderose di offrire vini interessanti che rappresentano il terroir.

Cosa significa essere marchigiani?

Io sono fiero della mia regione e della sua gente. La pluralità del suo nome nasconde infatti molteplici caratteristiche, paesaggi, tradizioni e dialetti. Questo lembo di terra racchiuso fra Appennini e costa Adriatica raccoglie tutta la bellezza d’Italia. Le Marche sono un sempre state un crocevia e questo ha generato tradizioni diversificate e uniche. Detto ciò, qua c’è un senso d’identità molto forte e il fatto che in molti lavorano la terra ha di certo influenzato il nostro essere accoglienti, ma anche schietti e diretti.

vignetivallorani.com | rocco_vallorani | vigneti_vallorani